
Viviamo in un tempo di profonde trasformazioni.
Le conoscenze scientifiche, le innovazioni tecnologiche, i cambiamenti demografici e sociali, le crisi ambientali, economiche e politiche, stanno modificando il modo in cui comprendiamo noi stessi e il mondo che abitiamo.
Ogni epoca costruisce una propria idea di persona. Con essa cambiano anche il significato che attribuiamo al benessere, alla sofferenza, alla crescita, alla responsabilità e alla cura.
Negli ultimi decenni il paradigma clinico-sanitario ha assunto un ruolo centrale nella lettura dell'esperienza umana. È una conquista preziosa, che ha consentito di comprendere e trattare molte forme di sofferenza prima ignorate o sottovalutate.
Ogni paradigma, tuttavia, mentre amplia la nostra capacità di comprendere la realtà, tende inevitabilmente a orientare il nostro sguardo.
Il rischio emerge quando il paradigma clinico-sanitario estende progressivamente il proprio campo oltre la malattia e tende a diventare la lente attraverso cui leggere anche esperienze che appartengono alla complessità dell'esistenza: la fatica, l'incertezza, il conflitto, la perdita, le crisi e le transizioni della vita.
Quando ogni difficoltà tende a essere ricondotta a categorie cliniche e sanitarie, cresce anche il rischio che la persona sia indotta ad affidare sempre più all'esperto la comprensione della propria esperienza e la ricerca delle possibili risposte. Questa delega, quando diventa la modalità ordinaria con cui affrontiamo le difficoltà dell'esistenza, rischia di ridurre gli spazi dell'autonomia e della responsabilità, di indebolire la capacità di riconoscere e mobilitare le proprie risorse e impoverire il ruolo delle relazioni e delle comunità.
La domanda che oggi siamo chiamati a porci non riguarda quindi il valore della medicina o delle professioni sanitarie. La domanda riguarda il significato stesso del benessere.
Può una società pensare il benessere soltanto attraverso il paradigma clinico-sanitario?
Oppure il benessere nasce anche dalla qualità delle relazioni, dalla partecipazione alla vita della comunità, dalla possibilità di attribuire significato alla propria esperienza, di sviluppare responsabilità, autonomia e capacità di affrontare il cambiamento?
Da queste domande nasce il presente Manifesto: una proposta culturale aperta al confronto tra saperi, discipline, istituzioni e comunità