
Intervento di apertura
Congresso Nazionale CNCP 2026
Buongiorno a tutte e a tutti.
Ringrazio il sindaco di Riccione, che ci ospita e ci ha onorato del suo interesse e della sua attenzione. I relatori che hanno accolto il nostro invito. Ringrazio tutto il Direttivo, Patrizia Belloi, che ha curato la progettazione di questo Congresso, e Francesco Piomboni, Fabrizio Storto, Alfredo Iafolla e Lorenzo Romoli, che lo hanno pensato, voluto e costruito. Saluto Francesca Coddetta, che solo per motivi professionali ha dovuto lasciare il CD, non prima di aver dato il suo prezioso contributo umano e intellettuale. E, ovviamente, ringrazio Maria, per il suo prezioso lavoro.
Ma, soprattutto, ringrazio le colleghe e i colleghi, sia quelli presenti qui a Riccione, sia quanti ci stanno seguendo a distanza: con la loro partecipazione e la loro vicinanza rendono il CNCP una grande associazione di categoria e ci gratificano per l'impegno che come Consiglio dedichiamo ogni giorno alla nostra associazione e all’intera categoria professionale.
Solo il fatto che oggi siamo riuniti insieme, 1200 persone, rappresenta per noi il più significativo ed emozionante tra tutti i feedback possibili.
Da tutti noi, Grazie di cuore a tutti.
Far parte del CNCP oggi significa, per noi, qualcosa di più che appartenere a un’associazione professionale. Significa riconoscersi in una comunità che condivide un’idea chiara e moderna del counselling come professione autonoma, una visione della persona e una responsabilità verso la società nella quale operiamo come professionisti.
Significa contribuire, ciascuno attraverso il proprio lavoro, a rendere questa visione riconoscibile e credibile e a consolidare il ruolo che la nostra professione può e deve avere nella società.
Da parte sua, questo Consiglio Direttivo può assicurare tutto il suo impegno affinché il CNCP sappia rappresentare con sempre maggiore autorevolezza l’intera categoria e le sue istanze, mantenendo al centro quella che tutti noi consideriamo la sua aspirazione più profonda, fare della cultura della relazione che ci appartiene una risorsa per una società migliore.
Credo che, con sufficiente approssimazione al vero, qui al CNCP, come dimostra anche questo congresso, possiamo essere orgogliosi di noi stessi.
Vorrei utilizzare questi primi minuti della giornata non tanto per presentare il programma del Congresso, che conoscete, quanto per spiegare da dove siamo partiti e perché abbiamo ritenuto importante dedicare queste due giornate al tema del benessere.
All’origine della scelta c’è un’osservazione di fatto che, come CNCP, abbiamo ritenuto necessario rendere esplicita e portare dentro un confronto più ampio, tra prospettive e saperi diversi.
È sotto gli occhi di tutti che nella nostra società si stia progressivamente ampliando lo spazio entro il quale esperienze molto diverse della vita vengono interpretate attraverso categorie che appartengono al campo clinico e sanitario, con il conseguente estendersi del processo di delega all'esperto. Quanto più le difficoltà dell’esistenza vengono ricondotte a un sapere specialistico, tanto più la loro comprensione e la ricerca delle possibili risposte tendono a essere affidate a chi di quel sapere è depositario.
Medicalizzazione e Delega all’esperto descrivono due aspetti di uno stesso processo che oggi più che mai è necessario interrogare per le conseguenze che può produrre sul modo in cui le persone percepiscono se stesse, le proprie risorse e la propria capacità di affrontare le esperienze della vita.
In sociologia con il termine medicalizzazione viene indicata la progressiva estensione di categorie, linguaggi e modalità di intervento proprie della medicina e della clinica a condizioni, comportamenti ed esperienze, che in precedenza non venivano necessariamente definiti come problemi medici.
Medicalizzazione non significa, naturalmente, che ogni difficoltà venga formalmente trasformata in una patologia. Il fenomeno è più ampio e, proprio per questo, più sottile e interessante. Riguarda il rischio che il paradigma clinico diventi progressivamente una delle principali lenti attraverso le quali interpretiamo anche esperienze che appartengono alla vita ordinaria e che, attraverso quella lente, acquistano un significato diverso.
Come è ovvio, non stiamo mettendo in discussione il valore della clinica, né il progresso rappresentato dalla maggiore capacità di riconoscere forme di sofferenza che in passato sono state ignorate, rimosse o lasciate senza risposta. Sarebbe una posizione scorretta sia sotto il profilo storico sia sotto quello della teoria della scienza.
Il punto è un altro e riguarda ciò che accade quando un sapere particolare, nato per comprendere e trattare determinate condizioni, tende a diventare anche un linguaggio generale attraverso il quale leggere la vita, le sue difficoltà e le sue inevitabili discontinuità.
I paradigmi attraverso i quali interpretiamo la realtà non sono semplicemente strumenti descrittivi. Il modo in cui definiamo un problema orienta anche il modo in cui pensiamo di doverlo affrontare.
Se una determinata esperienza viene riconosciuta come espressione di una patologia, diventa coerente cercarne la risposta nella diagnosi e nel trattamento e rivolgersi a chi possiede le competenze necessarie, l’esperto. Se, invece, quella stessa esperienza viene riconosciuta come una crisi, un passaggio, un conflitto o una difficoltà dell’esistenza, possono diventare rilevanti altre risorse e altre forme di aiuto.
Ma, per fortuna, non tutto è patologia. Una crisi, una perdita, una separazione, un fallimento, un periodo di disorientamento possono certamente essere esperienze dolorose e possono assumere, in determinate circostanze, una rilevanza clinica. Possono però anche appartenere a quel territorio meno facilmente classificabile nel quale la vita ci costringe a rivedere equilibri, aspettative, immagini di noi stessi e rapporti con gli altri.
Considerarle soltanto a partire dal disagio che producono rischia di farci perdere una parte del loro significato. Nella storia di una persona una difficoltà può essere insieme sofferenza e passaggio, perdita e trasformazione, disorientamento e ricerca di un nuovo orientamento.
Crediamo sia necessario e urgente interrogarci sul posto che la nostra cultura riconosce oggi a queste esperienze.
Il limite, l’attesa, l’incertezza, la frustrazione e perfino una certa quota di infelicità continuano naturalmente a far parte delle nostre vite. Quel che è cambiato è che oggi sembra più difficile considerarli compatibili con l’idea di una vita che funziona, nella sua pienezza e significatività, anche quando attraversa momenti nei quali non stiamo bene.
Si tratta di un cambiamento che condiziona anche il significato che attribuiamo al benessere.
Quanto più il benessere viene assunto come una condizione attesa e, in qualche misura, dovuta, tanto più la sofferenza e, più in generale, le difficoltà che la generano rischiano di essere percepite come qualcosa che non dovrebbe esserci, di cui occorre individuare la causa e a cui bisogna trovare una risposta.
E in questo passaggio il confine tra difficoltà e patologia può diventare meno netto. Se facciamo, come oggi accade, facciamo fatica a riconoscere la sofferenza come una possibilità dell’esperienza umana, diventa anche più facile interpretarla come il segnale che qualcosa non sta funzionando e che, proprio per questo, richiede un intervento clinico.
La crescita delle conoscenze in ambito medico e psicologico ha enormemente aumentato le risorse delle quali disponiamo per affrontare condizioni di sofferenza e disagio. È una conquista importante. Ma proprio perché oggi disponiamo di strumenti per comprendere e affrontare molte più condizioni rispetto al passato, rischiamo di pensare che ogni difficoltà richieda necessariamente un intervento. E, soprattutto, che per ogni problema debba esistere una risposta specialistica e qualcuno competente a cui affidarlo.
La delega all’esperto può derivare allora dallo stesso modo in cui abbiamo cominciato a rappresentare le difficoltà. Una volta collocate in un campo che richiede un sapere specialistico, diventa del tutto ragionevole affidarne la comprensione e la risposta a chi quel sapere possiede.
Quanto più si amplia questo territorio, tanto più si restringe quello nel quale riconosciamo a noi stessi la capacità di comprendere ciò che ci accade, di attraversare una difficoltà, di utilizzare le nostre risorse, di apprendere dalla esperienza e trovare nelle relazioni altre possibilità di risposta.
Medicalizzazione e Delega pongono quindi una questione che ci interroga su quanto spazio continuiamo ancora a riconoscere alle persone nella comprensione e nella determinazione della propria vita?
E questo, per noi, è il punto centrale.
Riconoscere alle persone competenza sulla propria vita non significa pensare che debbano affrontare da sole ogni difficoltà. L’autonomia non esclude il bisogno degli altri, delle relazioni o, quando necessario, dell’aiuto professionale. Significa poter utilizzare queste risorse senza rinunciare alla possibilità di comprendere ciò che ci accade, compiere scelte e continuare a essere protagonisti della propria vita.
Da questa prospettiva diventa possibile, e crediamo necessario, pensare il benessere in modo diverso da come siamo progressivamente abituati a rappresentarlo.
Un benessere che non coincida con l’assenza di sofferenza o di difficoltà, ma con la possibilità di abitare la propria vita nella sua interezza, attraversandone anche le crisi, i limiti e le discontinuità senza che questi ne mettano necessariamente in discussione il valore e la significatività.
Se una vita buona non è necessariamente una vita priva di dolore,
se attraversare una difficoltà non significa necessariamente trovarsi in una condizione patologica
se essere autonomi non significa essere autosufficienti,
allora il benessere non può coincidere semplicemente con l’assenza di sofferenza.
Che cosa intendiamo oggi, dunque, quando parliamo di benessere? È la domanda che provocatoriamente abbiamo voluto mettere al centro di questo Congresso.
Una domanda culturale, certamente, ma con conseguenze profondamente politiche. Perché riguarda il modo in cui una società pensa le persone, le loro risorse e le loro fragilità; il posto che riconosce alla loro autonomia e alla loro responsabilità; il modo in cui costruisce le risposte alle difficoltà dell’esistenza.
Riguarda tutti noi come cittadini, perché chiama in causa l’idea di persona che vogliamo porre al centro della nostra società. E riguarda direttamente noi come professionisti, perché il counselling nasce da una precisa concezione della persona e della relazione d’aiuto.
La nostra è una professione che riconosce nell’altro un soggetto competente rispetto alla propria esperienza. La competenza del counsellor non si sostituisce a quella della persona, ma crea le condizioni perché possa riconoscere e utilizzare le proprie risorse, ampliare le proprie possibilità di scelta e continuare a orientare la propria vita.
Per questo discutere di benessere significa discutere anche del presente e del futuro del counselling. Lo spazio che una società riconosce a una professione come la nostra non riguarda soltanto il suo riconoscimento professionale. Esprime anche il valore che quella società attribuisce all’idea di persona sulla quale il counselling si fonda.
Consapevolmente abbiamo scelto di chiamare questo appuntamento Congresso, e non convegno.
Perché un Congresso non è soltanto un luogo nel quale si incontrano saperi e si ascoltano contributi. È anche il luogo nel quale una comunità professionale si interroga sulla propria direzione, assume una posizione e prova a definire quale contributo intende portare nella società.
Noi, con questo Congresso, intendiamo assumere la nostra parte di responsabilità. Alla politica e alle istituzioni chiediamo di assumere la propria, perché una trasformazione culturale diventa davvero possibile quando riesce a tradursi anche in scelte pubbliche.
Prima di concludere, vorrei richiamare una scelta che apparentemente può sembrare marginale rispetto ai temi di cui abbiamo parlato, ma che abbiamo voluto fosse parte di questo Congresso.
Avrete notato che anche quest’anno abbiamo scelto una musica per accompagnare alcuni momenti di queste giornate. È un tango vals: le jeux des enfant.
E, certamente, avrete osservato che abbiamo scelto di portare il tango anche dentro la sessione dei laboratori.
Lo abbiamo fatto perché ci è sembrato che il tango riesca a raccontare, attraverso una grammatica diversa da quella delle parole, qualcosa della particolare bellezza della relazione di counselling.
Due persone entrano in relazione, si ascoltano, costruiscono un movimento comune, ma ciascuna conserva il proprio centro e il proprio equilibrio. Nessuno può compiere il passo dell’altro.
È una relazione nella quale vicinanza e autonomia non si escludono, nella quale ci si può incontrare profondamente senza confondersi, accompagnare senza sostituirsi. A dare forma al loro movimento c’è la musica, che entrambi devono ascoltare.
Nella nostra metafora, quella musica sono le parole del cliente, le sue emozioni, i suoi silenzi, i significati che porta nella relazione.
Da quell’ascolto nasce il movimento condiviso: il counsellor non sceglie la musica e non decide al posto dell’altro dove debba condurlo il passo.
Ebbene, abbiamo pensato potesse essre una buona immagine del counselling: due persone condividono per un tratto lo stesso movimento, ma ciascuna rimane responsabile del proprio.
E con questa immagine vorrei lasciarvi e aprire i lavori di queste due giornate.
Buon Congresso a tutte e a tutti.